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Google Vs Australia: il lato oscuro dell’egemonia delle Big Tech

Google Vs Australia: il lato oscuro dell'egemonia delle Big Tech

Google: l’azienda che ha fatto della simpatia il suo marchio di fabbrica. Dai doodle simpatici e morbidosi con cui ci accoglie nella sua pagina di ricerca, ai mirabolanti racconti delle condizioni lavorative dei suoi dipendenti. Storie tra sono e realtà, di dipendenti che sfrecciano in skateboard tra i corridoi della società, producono idee scoppiettanti come pop corn saltellando su tappeti elastici in ufficio. Passeggiano tra verdi boschi per ritemprare l’anima. Tutto molto bello, e molto seducente. Ma se a un certo punto i rapporti con l’azienda smettono di essere idilliaci, cosa accade?

Google Vs Australia: il lato oscuro dell’egemonia delle Big Tech

Possiamo avere una risposta a questa domanda dalla cronaca delle relazioni degli ultimi giorni tra Google e l’Australia. Motivo del contendere è la decisione della ex colonia britannica di mettersi al lavoro su un “codice di condotta vincolante” che regoli i rapporti tra i produttori di news e le grandi piattaforme che le condividono. E che, attraverso gli introiti pubblicitari, ci lucrano pesantemente. Non solo Google, in questo caso, ma, ad esempio, anche Facebook. La cosa funziona più o meno così: io, editore di giornale (quasi sempre alla canna del gas) pago fior fior di giornalisti per produrre materiali originali, verificati, di qualità. Tu ricondividi i miei prodotti sulla piattaforma, et voilà: ti pappi tutti gli introiti pubblicitari.

Tutti simpatici finché non si toccano i soldi

Solo che quando l’Australia ha timidamente accennato alla possibilità di arginare questo astruso sistema e garantire una quota dei proventi agli editori, i nostri di Google non l’hanno – diciamo – presa con sportività. E in un attimo i pucciosi doodlini hanno minacciato di sparire per sempre dal continente. Avete capito bene: Google ha minacciato di chiudere il suo motore di ricerca (che sia detto per inciso, opera in una situazione di monopolio di fatto contraria a ogni legge di mercato). E forse anche i servizi contigui, quale ad esempio Youtube.

L’Australia per ora non molla

La responsabile di Google in Australia e Nuova Zelanda, Melanie Silva, ha detto alla commissione del Senato che «se questa versione della legge dovesse entrare in vigore, l’inimmaginabile rischio finanziario e operativo non ci darebbe altra scelta che non mettere più a disposizione Google Search in Australia». Una vera guerra al calor bianco che lascia trapelare quanto l’azienda di Mountain View tenga alla questione, dalla quale ricava un sacco di quattrini.

In risposta alle dichiarazioni di Google, il primo ministro australiano, Scott Morrison, ha detto ai giornalisti che «chi vuole fare affari con l’Australia è il benvenuto, ma noi non reagiamo alle minacce». Per il momento, quindi, nessun accordo in vista. Continuate a leggere il nostro blog e vi terremo aggiornati!

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